Rauschenberg: a Villa Panza “Gluts”, gli ultimi lavori dell’artista texano

di Melisa Garzonio

Lo scorso 22 ottobre avrebbe festeggiato il suo ottantacinquesimo compleanno. Di Robert Rauschenberg (1925-2008) ricordiamo con nostalgia il ciuffo ribelle da ragazzo, gli zigomi ereditati dalla nonna cherokee, il lampo teutonico degli occhi - nelle sue vene bruciava sangue misto olandese, svedese, tedesco e indiano – e quell'insaziabile voglia di vivere, mai domata, nemmeno dall'ictus che negli ultimi anni l'aveva ridotto a un uomo a metà, isolato nel buen retiro di Captiva Island, un'isola solitaria della Florida, inchiodato su una sedia a rotelle. `Testone` lo chiamava affettuosamente l'amico Josef Albers, suo professore al Black Mountain College, e chissà se alludeva solo alla sua bella faccia da capo indiano.


A Villa Panza di Biumo è in corso, fino al 27 febbraio, `Robert Rauschenberg. Gluts -2010`, a cura di Susan Davidson, del Museo Guggenheim di New York, e David White. L'iter di questa mostra itinerante, che ha già toccato Venezia, Bilbao e Basilea, non poteva che concludersi a Varese. Il grande mecenate Giuseppe Panza, recentemente scomparso, è stato infatti il primo in Italia, alla fine degli anni Cinquanta, a collezionare opere di Rauschenberg, comprando direttamente dai tre galleristi più potenti di New York: Lawrence Rubin, Leo Castelli e Ileana Sonnabend. Negli anni, il rapporto di Bob con il suo mecenate si fa più forte. Quando, nel 1964, l'americano partecipa alla Biennale di Venezia, l'opera che gli fa vincere il Leone d'oro è una scultura, `Gift For Apollo`, un pezzo forte della Collezione Panza.


`Gluts` si concentra su una quarantina di opere realizzate negli anni 1986-89 e 1991-95, sono assemblaggi di oggetti di recupero, la maggior parte in metallo, modellati dall'artista in sculture e rilievi che ricordano i suoi primi `Combines`. L'ispirazione nasce da una visita a Houston in occasione di una sua mostra presso il Contemporary Arts Museum. Siamo a metà degli anni'80, l'economia del Texas sta subendo una batosta causata dalla saturazione del mercato petrolifero. Rauschenberg reagisce alla sua maniera, si reca a Gulf Iron e Metal Junkyard, oscena discarica fuori Fort Myers, in Florida, e qui raccoglie ferraglie e cartelli stradali, tubi di scappamento, radiatori, carcasse di auomobili e altri detriti dannosi per l'ambiente. Poi li trasporta nella sua casa-studio e li riscatta donando loro una seconda vita.


`E' il momento dell'eccesso. Voglio rappresentare le persone con le loro rovine. Penso ai `Gluts` come a souvenir privi di nostalgia`, spiega. Bizzarro, insofferente perfino del suo vero nome. Il giornalista Calvin Tomkins, nel suo `Robert Rauschenberg. Un ritratto` (Johan & Levi), racconta che l'amico Bob, nato nel 1925, era stato registrato all'anagrafe di Port Arthur come Milton Ernst, ma poi da grande aveva deciso di cambiare il suo nome nel più scorrevole Robert, gettando nello sconforto sua madre Dora, una donna semplice, poco portata a comprendere le stramberie del suo Milton.


Figlio di un operaio delle linee elettriche, dislessico, un po' ragazzo cattivo, un po' incompreso, prima di sfondare nelle gallerie di Big Apple Rauschenberg marca gavetta dura e si guadagna da vivere facendo il magazziniere a Casablanca e il vetrinista a New York. Negli anni Settanta, finalmente famoso, si prende il tempo per fare quello che gli piace di più: viaggiare. Torna in Italia – conosceva già Roma, dove era venuto per la prima volta nel 1952, con l'amico Cy Twombly, tutti e due reduci da un mostra flop alla galleria Eleanor Ward di New York–, poi si reca in Francia, a Gerusalemme, in India. Ogni nuovo posto lo innamora e lo ispira.



Rauschenberg: un rebus per chi pretende di dare un nome a ogni stella della galassia artistica. New dada, forse, sulle orme di Duchamp. Neoastrattista, senz'altro un geniale anticipatore della Pop Art, addirittura prima dell'investitura del suo guru Andy Warhol. Difficile dare un nome al gesto dissacrante con cui nel 1953, cancellando un disegno dell'intoccabile Willem de Kooning (`Erased de Kooning drawing`), Bob il texano segnò il suo ingresso nell'Empireo dell'arte newyorkese. E come prendere sul serio un pittore con la camicia a scacchi e gli stivali da cow boy, che si divertiva a tempo perso a fare il teatrante per artisti `scandalosi` come Trisha Brown, John Cage, o Merce Cunningham?


Di sicuro Rauschenberg fu un inguaribile sperimentatore, un maestro d'alchimie, un restauratore e un insaziabile archeologo sempre in cerca dell'oggetto introvabile. Ed è proprio della sua passione dilagante per l'accumulo caotico e senza regole, che la mostra di Villa Panza rende generosamente conto.



28 gennaio 2011
 
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