
Amava la natura con ingordigia infantile. Voleva riprodurla ma gli piaceva trasformarla, ingigantirla, complicarla. Mamma e matrigna, soavi orchidee e piante carnivore. Mai contento, ci tornava sopra, aggiungeva belve, giungle di felci giganti, fanciulle lillipuziane, incantatrici di serpenti zingare addormentate sotto la luna, paciosi leoni. Dipingeva in stile quasi naïf, selvatico e istintivo, ma non era un uomo banale. `Non me l'ha insegnato nessuno`, diceva.
Al pittore di culto di cui si festeggia quest'anno il centenario della morte, la Fondazione Beyeler di Basilea dedica (dal 7 febbraio al 9 maggio) `Henry Rousseau`, una panoramica di tutta l'opera con una quarantina di quadri raccolti in singole sale espositive. Alla prima, dedicata ai ritratti, fa seguito lo spazio con i paesaggi francesi di piccolo formato, e via tra scorci di Parigi e il verde chiaro dei Giardini del Lussemburgo fino alla sala dove Rousseau, indossati i panni del Doganiere, esce dal territorio conosciuto per inoltrarsi nei segreti labirinti della `sua` giungla.
Il culmine, l'apoteosi della mostra coincide col capolavoro, il monumentale `Le lion, ayant faim, se jette sur l'antilope`, del 1898/1905. Nel 1906 Ambroise Vollard, il gallerista `squalo` che in quegli anni comprò tutto il comprabile d'impressionisti e fauves, si accaparrò questa tela spettacolare, che fu la prima in assoluto del Doganiere a entrare nel mercato dell'arte. Nel 1988 fu acquistata dal collezionista svizzero Ernst Beyeler che l'aggiunse alla sua collezione riservandole una sala riservata.
Autodidatta, Henri Julien Félix Rousseau (1844-1910) detto il Doganiere (per un lavoro svolto nel 1871 come gabelliere nell'ufficio del dazio di Parigi) non aveva mai frequentato scuole d'arte, ma si era fatto una cultura frequentando le stanze del Louvre e fidandosi dei (pochi) consigli degli amici Félix Auguste Clément e Jean-Léon Gérôme, discreti pittori d'accademia. Solo nel 1884, passati i 40 anni, comincia a frequentare i Salon des Indépendents. Finché nel 1891 fa il botto con il suo primo ‘jungle', `Surpris!`: quasi un pop-collage dipinto con una tigre in sinuoso avanzamento nel verde lussureggiante, oggi conservato alla National Gallery di Londra.
Il Doganiere incanta tutti, Felix Vallotton e i giovani Derain e Matisse, Delaunay e Apollinaire, i ragazzi cubisti Picasso/Léger. Perfino il surrealista Max Ernst s'ispirerà a quella pittura sauvage nelle sue future spaesanti foreste.
Inutile chiedersi in quale mitico esotico viaggio il Doganiere abbia trovato il suo paradiso terrestre: non viaggi transoceanici ma scampagnate nei dintorni di Parigi, sulle rive della Senna, ai Giardini delle Piante. E gli animali? I giaguari, le pantere, i fenicotteri? Li sceglieva da un album di `Bestie selvagge` delle Galeries Lafayette, poi copiava e riproduceva con l'aiuto di un pantografo. Quando la fantasia supera, anzi, divora la realtà.
0
0
0
0
1