Mito che vince non si cambia: ecco le lettere del genio Van Gogh

di Melisa Garzonio

Mito che vince non si cambia. 27 luglio del 1890, un colpo di rivoltella al petto, morirà dissanguato due giorni dopo. Da allora Vincent Van Gogh riceve l'imprimatur di genio del malessere e della follia. Le biografie vanno giù duro col mite olandese, descrivendolo come un pazzo incurabile, sofferente di paranoie e depressione maniacale: non si tagliò forse un'orecchio quella volta che litigò con Gauguin? La critica del Novecento ne fa, addirittura, un santino attribuendo tout court alla psicosi la trama preziosa di quella pittura sublime e ineguagliabile.


Fu vera follia? La mostra `The Real Van Gogh. The artist and his letters`, concepita ad Amsterdam e adesso aperta fino al 18 aprile alla Royal Academy of Arts di Londra, la prima dedicata al Van Gogh segreto e strabordante delle missive private, solleva più di un dubbio sulla diagnosi di fragilità mentale stilata dai posteri. Il contenuto delle 35 lettere autografe, per la maggior parte inviate da Vincent al fratello Théo, suo mentore e mecenate per tutta la vita, rivela infatti una mente lucida e distaccata, perfino nei momenti più drammatici. `Ho rivisto Vincent, l'ultima volta ad Arles, nella primavera del 1889. Era già internato al ricovero della città. Per tutto il giorno si parlò di pittura, di letteratura, di socialismo`, dice l'amico Paul Signac, l'ultimo a vedere Van Gogh ad Arles, nel maggio 1889. `Vincent un uomo malato? Macché, è allegro e carico di brio` rincara la cognata, che gli voleva bene.


La produttività di Van Gogh è poderosa: in soli dieci anni, dal 1881 al 1890, realizza ottocento tele e oltre mille disegni, per non parlare delle circa novecento lettere scritte e illustrate fino alla vigilia della morte, nel fiore dei 37 anni. Una corrispondenza fittissima, che la casa editrice britannica Thames and Hudson ha appena pubblicato integralmente in sei volumi e in tre lingue diverse. Di Van Gogh colpisce la strepitosa bulimia, una sorta di difesa maniacale che, forse, gli ha reso sopportabile la vita, perseguitata da una sfortuna sfacciata. E' cosa nota che in vita sua l'artista che da decenni domina le scene dell'arte, che scuote i mercati e tira cifre da capogiro, è riuscito a vendere una sola delle sue tele.


Ci sono lettere che riportano abbozzi e schizzi tanto perfetti da sembrare la riproduzione in miniatura dei più celebri capolavori vangoghiani. E dove la scrittura non basta, ecco le opere: `I quadri diranno quello che non sono riuscito a dire a parole`. Uomini che seminano, cieli trapunti di stelle, poveri mangiatori di patate, l'autoritratto del 1888 dove il pittore si osserva vis à vis, quasi a verificare la sua identità minacciata. La casta dei medici: il dottor Felix Rey che ad Arles gli diagnosticò un'epilessia, baffi a manubrio e labbra a cuore, l'omeopata di fama Ferdinand Gachet, temperamento bilioso, che in cambio delle cure fu dispettosamente ritratto da Vincent con i capelli e il viso color giallo epatite, tanto da meritarsi il soprannome di `dottor Zafferano`.

22 gennaio 2010
 
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