Silenzio: parla Chardin. A Ferrara una retrospettiva del grande pittore francese

di Melisa Garzonio

`In apparenza non vi è niente di più semplice dell'arte di Chardin`. Più che un giudizio, quello del curatore Pierre Rosenberg, massimo esperto del pittore francese, suona come un avvertimento al visitatore della prima antologica italiana che al Palazzo dei Diamanti di Ferrara espone una sessantina di quadri dell'artista, eseguiti tra il 1725 e il 1779, un'offerta veramente eccezionale, se si considera che nei suoi 80 anni di vita, il pittore ne ha dipinti soltanto un centinaio. `Chardin. Il pittore del silenzio` è organizzata in collaborazione con il Museo del Prado di Madrid, che la ospiterà a febbraio, dopo il debutto ferrarese.


L'avvertimento di Rosenberg: `Nulla è più banale di queste lepri o conigli morti, di questi utensili da cucina, di queste scene e ritratti a pastello…, ma si tratta di una semplicità ingannevole`. Vero, Chardin dipinge nient'altro che quello che vede, e come lo vede: una donna che prende il tè, un ragazzo che soffia bolle di sapone, due pesci, un grappolo d'uva, un gatto con un trancio di salmone, un paniere di fragole. E' un artista che di sicuro non ama la confusione, il superfluo, l'eccedente. Il suo metodo? Guardare, e ancora guardare, scegliere gli oggetti e sistemarli su una tavola, decidere i colori, prendere i pennelli e lavorare. Dedicare ore e ore alla resa perfetta. Sì, niente di più banale. Eppure, una volta dipinta, quella virtuosa quotidianità acquista colore, diventa prodigio, gesto sospeso, si trasforma in magia e fa di Jean-Baptiste Simeon Chardin (1699-1779 un pittore unico nel Settecento.


L'unico. Tra i grandi francesi che nella seconda metà del secolo aspiravano a uno scranno sulla scena d'Europa, Antoine Watteau, François Boucher e Jean - Honoré Fragondard, Chardin occupa un posto a parte, ha il ruolo di una testa calda. Alle feste galanti con trionfi di fiori e belle dame in crinoline in volo sull'altalena, il giovane Jean –Baptiste, figlio di un modesto costruttore di biliardi che, per sua e nostra fortuna, non ambì a passargli il mestiere, preferiva la vita appartata, lo studio del disegno (che presto mise da parte) e della pittura. Se i colleghi artisti guardavano al sole del Sud, Chardin si sentiva attratto dal Nord. Nelle sue piccole intense tele rivivono le atmosfere dei Paesi Bassi. C'è più Rembrandt che Tiziano. Lo noterà anche Van Gogh quando in una lettera al fratello Theo scriverà: `Visti da vicino, i quadri migliori e giustamente più completi dal punto di vista della tecnica sono fatti di tocchi di colore posatigli uni accanto agli altri. Questo Rembrandt l'ha sostenuto`. La scelta controcorrente all'inizio gli costa. Perde gli amici, poi si rifà con un giro di collezionisti, insomma non muore povero: lascia in eredità qualcosa come 77.000 livres, bella cifra, anche se era la metà di quanto guadagnava il più quotato Boucher.


Stanziale. Rare volte si allontanò da Parigi, in questo molto simile al bolognese in pianta stabile Giorgio Morandi, che lo considerava il più grande pittore di nature morte, Chardin non compì il classico grand tour a Roma. Del BelPaese conosceva soltanto le quadrerie importate del duca di Orléans e le collezioni parigine del Louvre, dove per grazia di un mecenate molto devoto, come Luigi XV, poteva disporre di un appartamento con vista. Le scene di genere, i ritratti, le nature morte, trovavano i riscontri nei personaggi e nei luoghi della sua Parigi natale, nel teatro della vita che andava in scena tutti i giorni tra rue de Seine e Place Dauphine.


Perfetto. Dipingeva la perfezione ma non si sentiva mai soddisfatto. Ricorda Rosenberg: `Sapeva che non gli era facile raffigurare l'azione, dipingere il movimento, e di questa debolezza fece un punto di forza` A un certo punto smette di dipingere modelli vivi. Diventa l'unico pittore, nel Settecento, a scegliere soggetti che non hanno storia e racconto, a nobilitare la natura morta, facendone un genere alto nella storia dell'arte moderna.


Una magia. Chardin incantava i pittori, gli storici dell'arte e i sommi scrittori del suo tempo, anche se uno forse il più grande, Denis Diderot, dopo essersi fatto ammaliare dai suoi graziosi cesti di frutta e dai fragili bricchi di caffè, `Oh, Chardin, voi venite in tempo per ricreare i miei occhi`, dichiarava, insospettito, che `non si capisce nulla di questa magia`. E questo pur sentendosi preso senza ragione da una scena di genere con il `Benedicite` del Louvre, donato dall'autore nel 1740 a Luigi XV, e oggi a Ferrara col suo stupendo pendant, `La Madre laboriosa`.

05 novembre 2010
 
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