Marc Marronnier, critico letterario di giorno e giornalista di cronaca mondana di notte, è pienamente convinto che l'amore con la a maiuscola duri solamente tre anni.
La certezza gli deriva dalle sue esperienze e dal matrimonio con l'ex moglie Anne, da cui ha appena divorziato.
Ha anche scritto un manuale per dimostrare la sua tesi ma viene smentito dall'incontro con Alice che, divenendo la sua amante, rimette in discussione tutto ciò che ormai aveva dato per assodato sull'amore, sul sesso e sui legami affettivi.
Tra le righe di La carta e il territorio del sodale Michel Houellebecq, Frédéric Beigbeder dice: «L’amore è raro.
Non lo sapeva? Non gliel’aveva mai detto nessuno?». E in quel libro, e in quel cameo/omaggio, ci sono tutti i sintomi superficiali di una certa tendenza della letteratura e del cinema d’oggi: un teatro di icone che si mettono in scena, frasi finali da guru, supponenza sarcastica, arte come provocazione contro l’ipocrisia delle rappresentazioni.
Così Beigbeder, maître-à-penser pop e snob, critico letterario, showman e scrittore, adatta il suo omonimo romanzo.
Che parla di Marc, critico che scrive l’omonimo romanzo («Il titolo è sufficientemente idiota» dice l’editrice) nella livorosa risacca di un matrimonio naufragato, mentre una nuova passione (per Alice, la meravigliosa Louise Bourgoin) stenta, e appena accesa si spegne: la donna scopre che l’autore del misogino scritto coincide con l’uomo che ama.
E non approva. Beigbeder, con la sua estetica cinica e sorniona (sguardi in macchina, ghiribizzi grafici, tono ludico costante), non ha il coraggio di uscire dello stallo dell’ironia post tutto, e il film ci illude soltanto di accettarsi per quel che è: una commedia sentimentale.
Così nichilista da non dire nulla, ma un nulla cool e seducente, che sa vendersi come acuto, che cita Bukowski, guarda a Sacha Guitry e a Woody Allen, ma finisce per essere al massimo la possibile bella copia di un film di Fausto Brizzi.