Crude e poetiche immagini dal Continente Nero.
Marzo del 2000, Kampala, Uganda: il regista iraniano Abbas Kiarostami e il suo operatore Seyfolah Samadian riprendono con le loro telecamere digitali volti di bambini, le casupole che ospitano negozi di barbiere, una tintoria, una rivendita di dischi; i preparativi per un matrimonio in una casa senza porte e finestre; scolari che all'aperto, sotto gli alberi, ripetono parole d'inglese o fanno di conto.
ABC Africa è la scritta sulla maglietta di una bambina che è stata adottata e che insieme ai suoi nuovi genitori fa un ultimo giro tra le vie, le baracche, il mercato e le facce del suo paese prima di volare in Europa.
La notte è veramente il regno delle tenebre quando viene tolta l’energia elettrica e il cielo è illuminato dai lampi di un temporale.
Tra il vasellame, i pezzi di carne coperti di mosche e i vestiti messi in commercio, le casupole che ospitano negozi di barbiere, una tintoria, una rivendita di dischi.
I preparativi per un matrimonio in una casa senza porte e finestre. Scolari che all’aperto, sotto gli alberi, ripetono parole d’inglese o fanno di conto.
Bambini che ballano allegri e sorridenti. Bambini e adulti sofferenti, nei letti di un ospedale, corrosi da una malattia implacabile.
Sono appunti di viaggio, note per un film che si fa mentre si è ancora in giro per i sopralluoghi.
Invitato a documentare il progetto di microfinanziamento alle donne di campagna che si prendono cura degli orfani nelle aree devastate dall’epidemia, Kiarostami usa la sua “penna” digitale per fissare i momenti, emozionanti e sereni, delicati e drammatici, di una tragedia africana.
In Uganda, su ventidue milioni di abitanti, due milioni sono morti di Aids e dei nove milioni di bambini, due milioni sono senza famiglia.
Abbecedario della solidarietà e del rispetto.